16 maggio 2010

Fashion Storico

          La Storia Dietro IL FASHION TRICOLORE della “DINASTY CH” di Carola Hernández


     Voglio comminciare questo articolo dicendo che sono veramente onorata dalla petizione che mi ha fatto l’edittrice di questa meravigliosa rivista, che come sempre, é un passo  avanti alle tendenze del fashion, infatti, sembra che sia il fashion quel che segue alla rivista e non il contrario.

        Sebbene questa rivista è sempre avant-garde (all’avanguardia) mi fa molto piacere vedere che non si dimentica mai delle nostre radici culturali, soprattutto perchè in questo numero speciale sono parte di quel rinascere dell' amore per le cose propriamente italiano.
E cosa sarebbe più italiano dei nostri simboli pattriotici? Sicuramente a questo punto voi, carissimi lettori ed amanti del fashion e il gossip, vi domanderete come mai può esistere un rapporto fra il fashion e simboli patriotici? Ecco, il rapporto sono io.

          É da venti anni che faccio la disegnatrice, e perciò non penso che sia necessario che vi dica la mia biografia. Nonostante, dopo tanti anni ho ancora un bel segreto da rivelare: ho sempre avuto vantaggio sui miei colleghi (questo evidentemente non è il segreto ma) la ragione di quello è che il mio talento mi é stato trasmesso molte generazioni fa, attraverso il codice genetico superiore per cuanto riguarda il gusto dei miei antenati, che sono stati responsabili dell' immagine del nostro paese nel 1782 (anche se la data ufficiale è 1797).

        Sono la fortunatissima discendente del primo disegnatore della bandiera italiana come la conosciamo oggi giorno. Come altre bandiere, anche l'italiana si ispira alla bandiera francese introdotta con la rivoluzione del 1789. Per quello una piccola leggenda di parte francese volle che essa comparve la prima volta quando un soldato portò in battaglia contro gli austriaci una bandiera francese in cui il blu era stato sostituito dal verde per errore o per mancanza della tintura necessaria. Però, quello fu soltanto una campagna per distruggere la reputazione della mia famiglia. La verità è che Il tricolore a tre bande verticali, venne ereditato dalla Repubblica Cisalpina (1797-1802), dove cominciò la storia del fashion italiano che porto nel sangue. Evidentemente lo scopo della sua creazione non aveva niente da vedere con il fashion. Infatti,  quello che si intendeva con questa bandiera era rappresentare la unione.

     Anche se prima e dopo lúnificazione del 1861 furono creati altre bandiere (ognuna rappresentando una reppublica o un regno, o un essercito diverso), alla fine il disegno classico prevalse sugli altri perchè fu veramente una composizione geniale. 


     I colori, la forma, l’ordine…! Sembravano propri creazioni di Dio! Molti tentarono cambiarla e distruggere la sua perfezione con stemmi, aquile, lettere, stelle e corone (come quella inserita in un quadrato azurro che non centrava per niente, o quella del rombo bianco) ma la bellezza di quella originale tendenza minimalista doveva arrivare ai nostri giorni per ispirarmi a fare una collezione per tutto l’anno (che include i vestiti di sposa) con gli stessi motivi e significati della nostra bandiera.

      Si dice che il significato dei colori è superficiale, che Il bianco e rosso dall'antico stemma comunale di Milano furono abbinati al verde che già a partire dal 1782 costituiva la tonalità delle uniformi della Guardia Civile milanese. Invece, la realtà è altra.

        La origine storica che ispirò i miei antenati a scegliere i colori deriva da quelli in uso a Bologna al momento dell'invasione napoleonica. La bandiera bianca con croce rossa, vessillo della città, ha origine ancor prima delle Crociate e rappresenta l'autonomia comunale. Di poco più tarda è l'adizione del verde, colore che campeggiava negli stemmi araldici della famiglia ducale dei Visconti.

        Ma a questo si aggiunge la origine poetica, che è la responsabile  delle mie creazioni artistiche per vestire le persone. Il significato romantico dei colori (secondo le memorie dei miei antenati) dichiara che il verde rappresenta la speranza, il rosso la gioia e il sangue dei nostri eroi martiri, e il bianco la fede caratteristica degli italiani. C’è anche fra i membri vecchi della mia famiglia una teoria geográfico-poetica semplice che sostiene che il verde rappresenta l’aprile dell'erba dei lombardi piani, il bianco la neve degli Alpi e il rosso le fiamme dei due vulcani più importanti del nostro territorio.

      Con la fine della seconda guerra mondiale e la proclamazione della repubblica, la bandiera italiana perde lo stemma di Casa Savoia e assume la foggia odierna. L'importanza di questo passaggio è testimoniata dall'inserimento nella Costituzione di un articolo - il 12 - compreso tra i principi fondamentali ad esso dedicato: «La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni».

       E così arrivò il giorno in cui mi sono svegliata con la meravigliosa idea di onorare la mia famiglia, il mio talento ereditato e la mia patria con la collezione “dinasty CH” ispirata ai colori che identificano la bell'Italia dove sono cresciuta (anche se altri paesi copiarono molte caratteristiche della nostra bandiera tentando con quel atto, di essere l’orma dello stivale, nello stesso modo in cui alcuni dei miei colleghi vogliono fare).

     Allora vi presento alcuni dei disegni originali che avete visto nella parata della settimana scorsa.













15 maggio 2010

Interviste del Passato

Queste interviste sono state fatte nell' anno 1854.






Goffredo Mameli




Goffredo Mameli, nome con il quale è più noto Gotifredo Mameli dei Mannelli è nato a Genova il 5 di settembre 1827, è un poeta, patriota e scrittore italiano.

Buongiorno signor Mameli

- Puó parlare un po’ della sua vita?

La mia vita è meravigliosa. I miei genitori sono Giorgio Giovanni, della famiglia
aristocratica sarda dei "Mameli" o "Mameli dei Mannelli", nonché Cavaliere dell'Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro, contrammiraglio della Regia Marina Sarda e Adelaide Zoagli, della famiglia aristocratica genovese degli Zoagli figlia a sua volta del Marchese Nicolò Zoagli e di Angela dei Marchesi Lomellini.

     Ho composto versi d'ispirazione romantica come Il giovane crociato, L'ultimo canto, Le vergine e l'amante. E ho sempre avuto uno spirito patriottico.

- Ha composto l’inno d’Italia all’etá di 20 anni ?

         Certamente, a 20 anni ho composto l’inno d’Italia chiamato 


"Il Canto degli Italiani" , conosciuto anche come "L'inno di Mameli" o "Fratelli d’Italia".



- Quando si é ascoltato l’inno per prima volta ?

Il 10 dicembre 1848, quando sul piazzale del Santuario della Nostra Signora di Loreto a Oregina era presentato ai cittadini genovesi e a vari patriotti italiani in occasione del centenario della cacciata degli austriaci suonato dalla Filarmonica Sestrese C. Corradi G. Secondo, allora banda municipale di Sestri Ponente "Casimiro Corradi".

- É vero che quando l’inno é stato diffuso le autorità hanno cercato di vietarlo?

Si è vero , le autorità hanno cercato di vietarlo, considerandolo eversivo per la mia ispirazione repubblicana e anti-monarchica; visto il totale fallimento, hanno tentato di censurare almeno l'ultima parte, estremamente dura cogli Austriaci.

- Allora, che è l’inno per Goffredo Mameli?

È un componimento musicale a carattere patriottico riconosciuto dal governo di un paese come inno ufficiale della nazione.

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Michele Novaro




Michele Novaro è nato a Genova, 23 ottobre 1818 è il compositore della musica dell'inno nazionale italiano.

Buongiorno signor Novaro

    - Puó parlare un po’ della sua vita?

         La mia vita è normale , sono una persona umile, ho fondato la Scuola Corale Popolare di Genova. Amo la música perchè è il complemento della mia vita. Sono felice quando faccio una composizione.

     - Se dovesse scegliere due composizioni , quali sceglierebbe?





Scelgo ovviamente "Il Canto degli Italiani" e "O Mego" per forza che è una opera.





          - La composizione musicale dell’inno d’ Italia si basa su che aspetto?
         


Si basa sulle idee del risorgimento italiano , per questo è un canto patriottico , con forte idee liberali.



- Le è piaciuto lavorare con Mameli?





Ovvio, è un professionale, credo che abbiamo fatto un eccellente lavoro  nella creazione dell’inno italiano, il popolo potrà sempre identificarsi con questa composizione.  

Ricordando la storia Pt 2

Fratelli d'Italia
L'Italia s'è desta,
Dell'elmo di Scipio
S'è cinta la testa.
Dov'è la Vittoria?
Le porga la chioma,
Ché schiava di Roma
Iddio la creò.
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L'Italia chiamò.

1° RIGA: :
Fratelli di Italia

               Parole affetuose con cui comincia l’inno italiano; significano che tutti sono fratelli, figli della stessa nazione e per questo devono essere uniti.

2° RIGA:
L'Italia s'è desta

               Fa riferimento a quel momento nel cui L’Italia si sveglia di quel orribile sonno di opressione e schiavitú.

3°, 4°, 5° RIGHE:
Dell’elmo di Scipio, s’é cinta la testa. Dov’é la vittoria?

L’Italia – ci dicono questi versi – si è scossa da un sonno secolare e ha indossato l’elmo di Scìpio perché, seguendo il suo esempio, ha deciso di liberarsi per sempre dagli invasori. 

            “Scìpio” è Publio Cornelio Scipione, detto l’Africano, trionfatore sui cartaginesi nella battaglia di Zama, che mise fine alla seconda guerra punica. Quella guerra aveva rappresentato uno dei momenti più drammatici per la Repubblica Romana. Nel 218 a.C., Annibale aveva condotto l’esercito di Cartagine dalla Spagna, attraverso le Alpi, ad invadere l’Italia. Roma gli si era inutilmente opposta, andando incontro alle sanguinose sconfitte del Ticino, della Trebbia e del Trasimeno. E a Canne, nel 216, Roma aveva subìto una delle più disastrose disfatte della sua storia. Ma Annibale non ritenne, o non fu in grado, di portare l’attacco definitivo all’Urbe. Così Roma ebbe il tempo per riprendersi, per riorganizzare le proprie forze e per portare la guerra direttamente in Africa.
Nel 202, sotto il comando di Scipione l’Africano, le legioni romane si scontrarono con l’esercito di Annibale a Zama (nell’attuale Algeria). Benché inferiori di numero, i Romani sbaragliarono i nemici, infliggendo loro una sconfitta che rappresentò la fine della potenza cartaginese.

6°, 7° RIGHE:
Le porga la chioma, Ché schiava di Roma

               Anticamente alle schiave venivano tagliate le chiome – per distinguerle dalla donne libere che portavano, invece, i capelli lunghi. La Vittoria, ci dice il poeta, deve porgere le chiome per farsele tagliare, in quanto schiava di “Roma semper victrix”, sempre vittoriosa.

9°, 10° RIGHE:
 Stringiamci a coorte Siam pronti alla morte

La coorte (cohors) era un’unità della legione romana. Diversa per numero e composizione nelle varie epoche, poteva essere coorte legionaria (la decima parte di una legione), coorte ausiliaria (costituita da alleati dei Romani), coorte pretoria (la guardia del corpo dell’imperatore), coorte urbana (la guarnigione dell’Urbe). Il termine è passato ad indicare in generale una schiera di armati.

Coorte: La coorte è una antica unità militare.
La Parola deriva dal latino cross (corte), spazio chiuso, specialmente per animali (collegato a horuts), “recinto”, passato poi al significato de “schiera”, “guardia del corpo”, ma anche “signoria” e fattoria.

11° RIGA:
 L'Italia chiamò

            Nella prima versione del’inno non c’era l’articolo LA al inizio dove é scritta ITALIA, questo dava un’aria di grandezza alla nazione.
            Questa riga ci dice che la nazione come una persona viva, decide di chiamare ai suoi figli per riunirsi con loro ed essere uniti come famiglia, in questo caso come nazione.


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Noi siamo da secoli
Calpesti, derisi,
Perché non siam popolo,
Perché siam divisi.
Raccolgaci un'unica
Bandiera, una speme:
Di fonderci insieme
Già l'ora suonò.
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L'Italia chiamò.

12°, 13°, 14°, 15°, 16°, 17°, 18°, 19° RIGHE:
Noi siamo da secoli Calpesti, derisi, Perché non siam popolo, Perché siam divisi. Raccolgaci un'unica Bandiera, una speme: Di fonderci insieme Già l'ora suonò

               Mameli sottolinea il fatto che L’Italia non é unita. All’epoca infatti (1848) era ancora divisa in sette stati.

Il fondamentale ideale che mosse il Risorgimento italiano fu la realizzazione dell’unità Della  Patria.
Dalla fine dell’impero romano d’occidente, l’Italia era rimasta frammentata in una miriade di Stati più o meno grandi – talvolta deboli ed effimeri, talvolta potenti e duraturi, ma quasi costantemente intenti a feroci lotte fratricide che avevano indebolito l’idea stessa di nazione e avevano inevitabilmente favorita, quando non l’avevano addirittura sollecitata, l’occupazione straniera. Nel 1815, dopo la caduta di Napoleone, il Congresso di Vienna aveva sancito la divisione del territorio italiano nei vari Stati raffigurati nella cartina qui sotto.
Fu partendo da questa situazione che si iniziò a ricostruire l’unità del suolo patrio: le Guerre d’indipendenza scandirono le varie fasi del Risorgimento fondendo insieme gli italiani, come auspicava il poeta, sotto un’unica bandiera – il Tricolore. L’unità d’Italia fu raggiunta infine con la vittoria nella Prima guerra mondiale e la conseguente redenzione delle ultime terre ancora rimaste sotto il dominio straniero: Trento e Trieste.
  
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Uniamoci, amiamoci,
l'Unione, e l'amore
Rivelano ai Popoli
Le vie del Signore;
Giuriamo far libero
Il suolo natìo:
Uniti per Dio
Chi vincer ci può?
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L'Italia chiamò.

23°, 24°, 25°, 26°, 27°, 28°, 29°, 30° RIGHE:
Uniamoci, uniamoci, l'Unione, e l'amore Rivelano ai Popoli Le vie del Signore; Giuriamo far libero Il suolo natìo: Uniti per Dio Chi vincer ci può?
            Tutta la strofa è animata dalla profonda religiosità mazziniana. Mazzini concepiva la rivoluzione che avrebbe portato all’unità dell’Italia come un vero e proprio dovere religioso da attuare in favore del popolo. Nella sua visione, la sovranità non è di una singola persona, per quanto nobile e valorosa, ma risiede in tutto il popolo – e ad esso deriva direttamente dal volere di Dio. L’espressione “Dio e popolo”, che sintetizzava questo aspetto dell’ideale mazziniano, significava il manifestarsi di Dio attraverso il popolo e intendeva dire che la nazione “dev’essere un’operaia al servizio di Dio” e quindi dell’Umanità. Secondo Mazzini, la missione dell’Italia (unita «per Dio», cioè per volontà e opera di Dio), era quella di farsi ispiratrice del movimento di liberazione dei popoli europei, non nel perseguimento di un primato di potenza politico militare, ma ponendosi come un faro di solidarietà e libertà («l’Unione e l’amore / Rivelano ai Popoli / Le vie del Signore»). E in questa ottica anche il giuramento di «far libero / Il suolo natio» assume il carattere sacrale dell’impegno preso con la Divinità.


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Dall'Alpi a Sicilia
Dovunque è Legnano,
Ogn'uom di Ferruccio
Ha il core, ha la mano,
I bimbi d'Italia
Si chiaman Balilla,
Il suon d'ogni squilla
I Vespri suonò.
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L'Italia chiamò.

34°, 35° RIGHE:
Dall’alpi a Sicilia Dovunque ‘e Legnano

Il 29 maggio 1176 l’esercito della Lega Lombarda intercettò a Legnano l’imperatore Federico Barbarossa, che da Como stava andando ad incontrare i rinforzi fiamminghi e germanici in arrivo attraverso la Svizzera. I Lombardi marciavano preceduti dal simbolo dell’autonomia comunale: il Carroccio. Era un grande carro trainato da buoi bianchi, sul quale sventolava il gonfalone comunale e rintoccava la campana Martinella, mentre un sacerdote pregava in ginocchio per la vittoria. Attorno al Carroccio si serrava la Compagnia della Morte, centinaia di vo-lontari che avevano giurato di vincere o morire. Non c’era un comandante in capo: la leggenda vuole che i Lombardi siano stati guidati da Alberto da Giussano, ma in realtà non si tratta di un personaggio storico.
L’imperatore aveva con sé circa duemila uomini: ad aspettarlo a Legnano ne trovò cinquemila della Lega. I Lombardi attaccarono battaglia con soli settecento armati e il Barbarossa rispose immediatamente all’assalto mettendosi perso-nalmente alla testa dei suoi e sbaragliando facilmente i nemici. Ma le forze comunali continuarono ad attaccare, a ripiegare e ad attaccare an-cora. Ad un tratto non si videro più l’imperatore e la sua insegna. Dalle file lombarde si alzò il grido di vittoria e le truppe imperiali si diedero alla fuga abbandonando sul campo i feriti e i car-riaggi. In realtà Federico non era morto: caduto dal cavallo che gli era stato ucciso, aveva trovato scampo in un bosco vicino e col calare della sera, lacero e disfatto, riuscì a tornare a Como. Nella notte, a Milano, il popolo festeggiò gioiosamente la vittoria attorno ai falò, radunandosi per ammirare gli straordinari trofei della battaglia: la spada e lo scudo del grande imperatore Federico I di Svevia, detto il Barba-rossa.
La notizia della sua sconfitta si diffuse ovunque con la velocità del lampo. Non era tanto una disfatta militare (in questo campo, la superiorità e la po-tenza armata dell’impero restavano indiscusse), quanto morale. L’umiliazione subita dal Barbarossa era il segnale che si poteva lottare per la libertà – e vincere.
  
36°, 37° RIGHE:
Ogn’uom di Ferruccio ha il cuore, ha la mano

Il “Ferruccio” del poeta è Francesco Ferrucci, eroico difensore della Repubblica di Firenze (1527-1530) contro l’esercito dell’imperatore Carlo V d’Asburgo. Ferrucci aveva appreso il mestiere delle armi militando sotto le insegne di Giovanni delle Bande Nere. Nominato commissario della Repubblica, sconfisse ripetutamente le forze imperiali. Dotatissimo tattico e stratega, combatteva in prima fila con i suoi fanti e guidava personalmente gli assalti. Possedeva un carisma e un coraggio eccezionali, che riuscivano a rianimare i suoi soldati anche nelle situazioni più disperate.
Sotto il suo comando, il 2 agosto 1530 le truppe fiorentine assalirono la città di Gavinana, tenuta dagli imperiali. Nonostante i successi iniziali, i Fiorentini finirono per essere soverchiati dai nemici.Francesco Ferrucci fu fatto prigioniero e, ormai morente per le numerose ferite, venne vigliaccamente finito con una pugnalata da Fabrizio Maramaldo, un capitano di ventura calabrese al servizio di Carlo V. «Vile, tu uccidi un uomo morto», furono le celebri parole d’infamia che l’eroe rivolse al suo assassino. Pochi giorni dopo, Firenze capitolò.

            Francesco Ferrucci resta per sempre il simbolo del valore indomito lealmente posto al servizio della Patria e della libertà; “maramaldo”, nella lingua italiana, è passato ad essere sinonimo di persona malvagia e prepotente che infierisce sui vinti e sugli inermi.

38°, 39° RIGHE:
I bimbi di Italia si chiaman Balilla

Nel corso della Guerra di successione austriaca (1740-1748) la Repubblica di Genova era alleata con gli Spagnoli e i Francesi contro gli Austriaci e il Regno di Sardegna. Nel settembre 1746 Genova fu presa dalle truppe austro piemontesi al comando del generale Brown e dovette accettare pesanti condizioni di resa, tra le quali la consegna delle armi e delle artiglierie. 

            Al tramonto del 5 dicembre 1746, mentre un drappello di soldati austriaci stava trascinando per la via di Portoria un mortaio prelevato da una postazione sulle alture di Carignano, la strada sprofondò sotto il peso del pezzo d’artiglieria, che rimase impantanato. I soldati cercarono allora di costringere la gente del posto ad aiutarli e presero a bastonare chi si mostrava riluttante. Di fronte a questa prepotenza un ragazzo raccolse un sasso e lo scagliò contro l’ufficiale che comandava il drappello gridando «Che l’inse?» («Si comincia?»). Il suo gesto fu immediatamente imitato e una fitta sassaiola costrinse gli austriaci ad abbandonare il mortaio e a darsi alla fuga. Fu la scintilla che fece sollevare il popolo genovese e diede inizio a una rivolta che scacciò dalla città gli invasori austro piemontesi.
Quel ragazzo di Portoria non è mai stato identificato con sicurezza, ma una solida tradizione vuole che si chiamasse Giambattista (Balilla) Perasso.


40°, 41° RIGHE:
Il suon d’oggi squilla I Vespri suonó

  
           Tutte le campane («ogni squilla») d’Italia hanno suonato per chiamare alla rivolta contro l’invasore, come fecero durante i Vespri siciliani.
La rivolta del Lunedì di Pasqua – alla quale fa riferimento il poeta – segnò l’affrancamento della Sicilia dal dominio della dinastia angioina. Il guelfo Carlo I d’Angiò, fratello del re di Francia, era stato incoronato re delle due Sicilie per contrastare il ghibellino svevo Manfredi, ma fin da subito il suo si era rivelato un governo di soprusi e sopraffazioni. Il malcontento dei siciliani esplose il Lunedì di Pasqua del 1282, prendendo spunto dall’offesa arrecata da alcuni soldati francesi a delle donne che uscivano da una chiesa dopo aver assistito al Vespro. I prepotenti vennero assaliti ed uccisi e le campane di tutte le chiese suonarono a distesa chiamando il popolo alle armi. Da Palermo la rivolta si estese rapidamente a tutta la Sicilia e i Francesi vennero scacciati dall’isola 

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 Son giunchi che piegano
Le spade vendute:
Già l'Aquila d'Austria
Le penne ha perdute.
Il sangue d'Italia,
Il sangue Polacco,
Bevé, col cosacco,
Ma il cor le bruciò.
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L'Italia chiamò.

45°, 46° RIGHE:
Son giunchi che piegano le spade vendute

            I mercenari («le spade vendute»), che si sono poste al servizio degli invasori per denaro, saranno – ci dice il poeta – come «giunchi che piegano» di fronte al valore dei patrioti, mossi dall’amore di Patria

47°, 48° RIGHE:
Giá l’Aquila d’Austria le penne ha perdute

Fa riferimento al’ Aquila di due teste che aveva lo scudo dell’Austria che in quel momento stava perdendo la sua forza e stava diventando piu devole.

50°, 51°, 52° RIGHE:
Il sangue Polacco bevé, col cosacco Ma il cor le bruciò.

Qui il poeta (che scrive Il Canto degli Italiani nel 1847) fa riferimento a un episodio accaduto l’anno precedente.

Il Congresso di Vienna (1815) aveva assegnato la Polonia all’impero russo (il «cosacco») e la città libera di Cracovia rimaneva l’ultimo lembo di territorio polacco ancora indipendente. Nel 1846 la Poloniaera insorta contro l’occupazione straniera, ma la rivolta era stata soffocata nel sangue e l’impero austriaco aveva colto l’occasione per annettersi Cracovia.